Qualità, osservazione e buon senso contadino

“Lavoriamo la terra rispettando la tradizione e l’esperienza dei vignaioli che ci hanno preceduto. Nei campi vitati ci guida l’osservazione e il buon senso contadino”

Fausto e Cinzia Peratoner

Queste le parole con cui Maso Grener accoglie i visitatori sul sito (www.masogrener.it). Fausto Peratoner, proprio come la moglie Cinzia, incontrata durante gli studi di enologia a San Michele all’Adige, viene da una famiglia di agricoltori e per la sua formazione è stato naturale che decidesse di studiare da enologo. Fin da quei tempi il sogno dei due era di avere insieme una piccola realtà tutta loro. Finite le scuole il sogno c’era ancora, ma non c’erano ancora i mezzi, per cui iniziarono a lavorare da enologi fuori dalle rispettive aziende familiari, lei in Trentino e lui in Friuli (da Mario Schiopetto). Fausto rientra in Trentino nel 1982, chiamato alla Cantina cooperativa di Lavis, dove ha ricoperto ruoli diversi negli anni, assistendo a una crescita dell’azienda che si è evoluta diventando un gruppo importante nel panorama vinicolo italiano.

Nel 2012, a 52 anni, lascia l’azienda e inizia a dedicarsi esclusivamente al maso che nel 1999 lui e la moglie avevano comprato: 6 ettari complessivi di cui 3 vitati e gli altri destinati a frutticoltura e lasciati a bosco. Nel 2003 Maso Grener era diventao anche la loro abitazione e dal 2006 era stato aperto all’ospitalità. La costruzione del Maso e la gestione sono improntati al rispetto dei principi della bio-edilizia e del risparmio energetico (esempio ne è l’impianto fotovoltaico, l’impianto solare per il riscaldamento e la produzione dell’acqua, l’utilizzo di prodotti BIO per l’agriturismo).

Nel 2013 la prima vendemmia “ufficiale” che lo vede libero da altri impegni, ma fin dal 1999 era stato iniziato un percorso di sostenibilità. La palestra principale è stata per Fausto, lui stesso ce lo racconta, la Cantina di Lavis impegnata già dalla fine degli anni ‘80 in quello che allora veniva chiamato progetto qualità: lo scopo principale era quello di differenziare la produzione (non si parlava di biologico e biodinamico, a quei tempi) seguendo una certa sensibilità con un criterio di zonazione. Ecco quindi i sovesci, la scelta di non diserbare, l’utilizzo di rame e zolfo e non di prodotti sistemici, la confusione sessuale, e tutta una serie di buone pratiche sostenibili. Il tutto in un clima di reciproca collaborazione fra vignaioli, disposti a seguire una formazione comune e ad attrezzare di conseguenza le proprie aziende.

Per il Maso Grener, Fausto e Cinzia hanno dovuto decidere se seguire il percorso della certificazione biologica o biodinamica: a oggi non sono certificati, dato che li aiuta in maniera “naturale” il territorio che li circonda, costituito soprattutto da viticoltori che rispettano l’ambiente, la maggior parte in regime biologico. “Le buone pratiche etiche e di sostenibilità credo che siano la strada giusta” – dice Peratoner – “Non ci si può limitare a dare e richiedere dei bollini che attestino come si lavora.

L’eccessiva rigidità dell’impostazione non aiuta a porsi domande, mentre non si dovrebbe mai smettere di ragionare sull’impronta ecologica di ciascuna azione. Etichettare e segmentare i produttori porta a una forte dicotomia fra buoni e cattivi che non rispecchia la realtà dei fatti. Le opinioni e i gusti son tutti legittimi ed è legittimo anche infatuarsi di un’idea”. Niente etichette, quindi, niente etichettature, ma seguire la strada intrapresa con costanza e convinzione.

Continua Fausto: “Mi sorprendo quando si parla tanto di alcune pratiche agricole, come se fossero qualcosa di speciale. Tutti possono lavorare in questo modo, è fattibile e porterebbe i suoi frutti”. Ma fattibile è anche ciò che è sostenibile per la propria azienda agricola e nella fattispecie al Maso Grener i quintali di uva prodotta sono circa 250 e la sostenibilità dell’azienda dipende da questa produzione.

“Sarebbe molto facile prendere “scorciatoie” – ci dice Fausto – “Io ho vissuto l’era della tecnologia in cantina e ho visto passare tutte le innovazioni tecniche che negli anni si sono avvicendate. Ma in questi ultimi 15 anni l’innovazione più grande, per come la vedo io, è aver unito la parte viticola e quella enologica: un tempo l’enologo si occupava dell’uva molto tardi, quando arrivava sul piazzale dopo la raccolta; oggi non è così, se ne segue l’intero percorso. E quando si sa esattamente che cosa si ha in mano, la trasformazione diventa un fatto naturale! I convegni enologici di 20 o 30 anni fa erano prettamente tecnici, ora si parla di sostenibilità e del mercato, questi sono i temi caldi”.

E la sostenibilità ha un significato che va oltre la questione di quanti grammi di rame o zolfo si usano in vigna, ma è la consapevolezza di un percorso, una conduzione integrata dell’azienda in una direzione precisa (si pensi per esempio al tema dello spreco dell’acqua) che tenga conto di quanto si incide con gli interventi, per quanto buoni, che si mettono in pratica.

 

 

 

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