Non auguriamoci di tornare alla normalità, perché la normalità era il problema

Ritornare alla normalità. In tanti, durante questi ultimi giorni, abbiamo detto o sentito questa frase. Certo, non siamo abituati a rimanere perennemente in casa, a subire pesantissime limitazioni alla nostra libertà personale, dunque per noi “normalità” significa poterci muovere senza dover esibire una certificazione o addurre a comprovate motivazioni d’urgenza.

Riflettiamo, tuttavia, sul significato profondo della parola: se identifichiamo la normalità con il “prima di”, siamo proprio sicuri di volerci tornare? Non sarebbe forse meglio sfruttare questo tempo dilatato e sospeso per riflettere su come conducevamo le nostre esistenze “prima di”?

Non entriamo nel merito delle singole situazioni, dei vissuti individuali, desideriamo spingerci verso una riflessione più sistemica. Affrontiamo il discorso, piuttosto serio e vasto, con Cristina Micheloni, Presidente di AIAB FVG, il gruppo regionale dell’Associazioni Italiana Agricoltura Biologica,  “limitandoci” all’agricoltura e ai nostro modello di sviluppo e presto capirete il perché delle virgolette.

Cristina Micheloni

Partiamo da qui, dalla relazione tra l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo e il modello di sviluppo alimentare da noi conosciuto e attuato.

“Partiamo dall’ambiente e da quei comportamenti aziendali e individuali che lo condizionano. L’esempio più noto, ma tuttavia non preso abbastanza sul serio, è il rapporto tra agli allevamenti intensivi e la distruzione della  foresta amazzonica, ridotta dalle coltivazioni di soia finalizzate alla nutrizione degli animali confinati in capannoni dall’altra parte del mondo. Questo processo sta pregiudicando gli equilibri sociali e ambientali del pianeta e sta minando alle fondamenta la nostra salute. Il fatto che l’uomo si alimenti di prodotti animali ha un senso nel migliorare l’apporto di alcuni componenti nutrizionali e nel trasformare in cibo per umani qualcosa che non possiamo mangiare direttamente, ovvero l’erba. Per questo abbiamo iniziato ad allevare bovini, ovini e caprini, ovvero degli animali poligastrici (mentre noi siamo monogastrici). Invece, nel maldestro intento di semplificare i cicli biologici e controllare ciò che controllabile non è (la vita),  abbiamo trasformato in monogastrici i poligastrici, perdendo tutta l’efficienza a favore dell’uso di soia ed altri concentrati di cui potremmo alimentarci direttamente. Questo genera inevitabilmente un corto circuito anche a livello di benessere individuale, un vero e proprio “attentato” al nostro equilibrio, alla nostra salute ed a quella del pianeta.

Altro esempio di deleteria semplificazione: le monocolture, come è accaduto nella pianura friulana, in cui si sono dedicati ingenti superfici agricole alla coltivazione del solo mais, che ha perso valore nel tempo diventando oramai una coltura poco interessante a causa dei bassissimi prezzi offerti sul mercato. Interi ecosistemi messi in bilico, se non addirittura distrutti, con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti: si pensi alla improvvisa e massiccia presenza di cimici asiatiche, che gli ecosistemi sovrasemplificati fanno fatica a controllare, o alla drastica diminuzione della presenza di api e farfalle nell’ecosistema agricolo. Ci sono conseguenze di cui invece non ci accorgiamo direttamente, a meno che non lavoriamo la terra, ad esempio la perdita di fertilità del suolo e l’assenza di vita nel terreno. Dobbiamo prendere più seriamente in considerazione come la biodiversità sia fonamentale per il nostro benessere  e come complessità, non semplificazione, sia l’unica via di salvezza.

A questo punto, la domanda che sorge spontanea è: ammesso e non concesso che questa esperienza di vita in emergenza sanitaria ci abbia sufficientemente messo alla prova e che volessimo cogliervi una opportunità per migliorare, cosa potremmo fare a livello personale e individuale?

Innanzitutto, essere più consapevoli e sentirci più responsabili rispetto alle nostre azioni quotidiane. Comprare prodotti da agricoltura biologica, ad esempio, è una scelta intelligente e lungimirante.

E se, nella migliore delle ipotesi, cominciassimo tutti a consumare prodotti biologici? Questi basterebbero per tutti?

Beh, sono stati fatti diversi studi a questo proposito e la riposta è sì, a patto che la scelta di mangiare bio vada di pari passo alla diminuzione di consumo di prodotti animali a vantaggio di prodotti vegetali e si riducano gli sprechi alimentari, che si verificano soprattutto a livello industriale. Pensiamoci: di un pollo confezionato e venduto nella grande distribuzione, in definitiva che cosa consumiamo? Praticamente solo petto e coscia. E il resto? Quanto spreco c’è nei banchi frutta e verdura dei supermercati a causa del sistema self-service o dei proditti preconfezionati? Non sarebbe forse più conveniente ritornare all’addetto che gestisce l’ortofrutta, lo pesa e lo prezza?

C’è poi un importante aspetto di sostenibilità economica e sociale, che pertiene i rapporti di lavoro e il senso di comunità. Se abito nel mio paese  e do la preferenza agli allevatori e contadini locali che, non solo mi offrono ottimi prodotti, ma si impegnano in pratiche eco-sostenibili che mantengono salubre l’aria e pulito l’ambiente, faccio un gesto che contribuisce alla salute di tutti, a partire da quella ambientale, e contribuisco ad virtuoso progetto di comunità.

Dunque, non auguriamoci di tornare alla normalità, perché secondo me la normalità era il problema.

Foto principale: Aiab Fvg

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