Punti di vista: Roberto Stella

Roberto Stella, oggi in sala all’Argine a Vencò (al lavoro per Antonia Klugmann e Romano De Feo, dunque) si è avvicinato al vino per un percorso di cuore più che di cervello.

Originario di Martignacco, poi trasferitosi a Trieste per motivi di studio, ha frequentato la facoltà di Farmacia interrompendo però gli studi per dedicarsi a quella che era la sua autentica passione. Nato e cresciuto in campagna in un paesino e abituato e vedere i nonni che vinificavano alla loro maniera, si è avvicinato pian piano al mondo del vino e della ristorazione durante le estati da studente, fino a ottenere poi alcune vere e proprie occasioni professionali importanti che lo hanno portato a riflettere sul suo futuro. Ed eccolo quindi lasciare Trieste per Grado, per la gestione di un locale in laguna e successivamente ancora verso altri lidi, restando fedele al suo ruolo di responsabile di sala con focus sulla parte del vino. Alto Gradimento, Tarabusino, Agli amici, solo per citarne alcuni, e adesso da qualche mese all’Argine a Vencò.

Non solo passione ma anche studio, per Roberto, che ha seguito negli anni della formazione corsi di marketing del vino e ha conseguito il diploma di sommelier Ais assaggiatore Onav, “occasioni di studio che mi hanno definitivamente convinto che quella era la strada per me da percorrere”.

Ma torniamo alla campagna della sua infanzia, da cui deriva, ci dice, il suo personale punto di vista sul mondo del vino, sul biologico e sulla biodinamica, sulla discussione intorno alla definizione di vino naturale, anche: “Vedevo i miei nonni avere grande rispetto della terra e non utilizzare fitofarmaci in vigna. Il vino era qualcosa di “naturale” per definizione. Poi il mercato ha fatto partire un certo trend ed ecco che tutti hanno iniziato a trattare. Il resto è storia nota”. D’altro canto, ci dice, se biologico e biodinamico diventano soltanto strategie per stare sul mercato, diventando fenomeni di moda passaggeri (come tutte le mode lo sono), allora perdono parte del loro senso profondo, etico.

“Una volta qualcuno mi ha detto (ed è stato per me illuminante!) che noi Italiani siamo molto bravi nella moda e così anche siamo fenomenali nel creare mode nel vino e nel cibo. Quando mi avvicino a questi vini, cerco di conoscere personalmente i vignaioli e le loro storie, cerco l’autenticità dietro alla bella etichetta. In fondo… beviamo vini o etichette? E attenzione: non c’è nulla di male a curare l’immagine dell’azienda, purché si vada oltre e ci si ricordi che il vino è un alimento”.

Nella scelta degli abbinamenti con il cibo, dice Stella, cerca di seguire un criterio di territorialità, criterio valido soprattutto se si è fortunati da trovarsi in una zona vocata per il vino. “Mi piace molto consigliare ai clienti bottiglie che hanno fatto la storia di un luogo, se possibile vini da vitigni autoctoni, che quasi sempre sono ideali con la cucina locale”.

Abbiamo chiesto a Roberto di segnalarci il suo preferito fra i vini di Aquila del Torre: “Sicuramente il Riesling, vitigno che in Friuli non si riesce, tranne rarissimi casi, a valorizzare al meglio, benché in passato  fosse molto diffuso in regione. Il Riesling di At, con la nota di idrocarburi ben netta, porta ad abbinamenti territoriali, al fumé della trota Regina di San Daniele. Immaginatelo anche servito al momento dell’aperitivo, esaltata la mineralità e il bel naso agrumato, accompagnato a un’ostrica sapida e carnosa, con le note citrine del vino a rinfrescare la bocca dalla sapidità pungente”.

Territorio nel bicchiere e nel piatto. Non possiamo che concordare