“Lasciatevi ispirare e credeteci!”

Questo l’invito di Michele Ciani agli agricoltori e vignaioli che stiano valutando di intraprendere la strada della biodinamica. Ma andiamo per ordine.

Michele, come sei arrivato alla biodinamica?

L’agricoltura biodinamica è un metodo di lavorazione della terra e dei prodotti agricoli sostenibile e naturale, che non usa chimica di sintesi e che tiene conto degli “impulsi” della natura e del cosmo. Dal mio punto di vista, lavorare in biologico e in biodinamico va oltre l’aspetto agricolo e diventa un vero e proprio stile di vita. Mi sono interessato a questo metodo alla fine degli anni duemila. Mio padre Claudio a quei tempi approfondì attraverso la lettura di alcuni testi la coltivazione del suolo in maniera biodinamica e il concetto di “organismo agricolo” e questo mi avvicinò a quel pensiero. Non avendo la possibilità di reperire, al quel tempo, dei veri e propri studi di approfondimento, ho cercato di seguire l’aspetto più concreto del metodo attraverso la conoscenza di agricoltori attivi in questo campo. Successivamente, abbiamo completamente convertito l’azienda Aquila del Torre all’agricoltura biologica nel 2010 e dal 2015 applichiamo i principi della biodinamica in tutte le attività agricole. La parola “conversione” è usata in maniera consapevole: prima è necessario cambiare qualcosa dentro se stessi e poi, come conseguenza, l’osservazione di alcuni particolari inizia a emergere spontaneamente. Confermo che ci vuole anche una certa dose di “fede”. E di coraggio.

Da chi hai tratto ispirazione?

Penso a 5 personaggi per 5 momenti chiave nella mia personale conversione biodinamica: innanzitutto il vigneron independant Olivier Humbrecht (Alsazia, Francia) a cui devo la generosa accoglienza durante il mio tirocinio di formazione a Turckheim per la vendemmia 2004. Ricordo ancora il brivido sulla schiena camminando assieme sui fertili e soffici terreni del Grand Cru di Riesling Vieilles Vignes Brand, che ha scatenato il mio interesse concreto verso la biodinamica.

Un agricoltore illuminato e formatore biodinamico, poi, Pierre Masson (Borgogna, Francia) di cui ho letto e riletto i primi libri di biodinamica in francese e poi in italiano, ancora incredulo, nel 2005 e poi sempre più in maniera appassionata. Ho un solo rimpianto, quello di non averlo mai conosciuto di persona poiché è scomparso nel luglio del 2018.

Il geologo, Yves Herody (Jura, Francia) e la sua visita indimenticabile a Savorgnano del Torre nel 2010 da cui è partito l’approfondimento delle caratteristiche pedologiche dei terreni Aquila del Torre e tutta una serie di ricerche sulle attrezzature per la lavorazione del terreno in vigna.

Il vignaiolo indipendente Saverio Petrilli (Toscana, Italia), conosciuto personalmente nel 2014, da quando Aquila del Torre fa parte di FIVI. Saverio è uno degli interpreti più autorevoli ed evoluti del movimento biodinamico italiano e per me è stato preziosa fonte d’ispirazione, assieme al gruppo degli agricoltori di Agricoltura Vivente, per mettere ordine a pensieri e azioni da vignaiolo “vero”.

L’esperto in agricoltura biodinamica Alex Podolinsky (Australia): un onore ospitare nel 2016 in azienda un personaggio d’altri tempi, un uomo con una visione chiara del metodo biodinamico pratico. Con la sua semplicità disarmante, ha insistito sui punti chiave per mettere in pratica la biodinamica.

Come vedi il futuro della viticoltura?

La sostenibilità ambientale è alla base della viticoltura del futuro. Il mio motto è diventato “non procrastinare!”. Ridurre l’impatto sull’ambiente è oramai una scelta obbligata: moderare il numero di passaggi con i trattori tradizionali, focalizzarsi su come preservare la fertilità dei suoli, ridurre o addirittura eliminare rame dalla viticoltura sono diventate le priorità di oggi. Utilizzare mezzi e strumenti innovativi rispettando il percorso segnato dalla tradizione e dalla vita vissuta in vigneto da parte del vignaiolo. Una frase significativa per me in tal senso è quella di un vignaiolo che vive la vigna come pochi, Enzo Pontoni (Friuli, Italia): “Studio continuamente la tecnologia per potermi permettere di non usarla”.

Cosa vuol dire per te produrre oggi un “vino per natura”?

La raccolta a mano delle uve è la scelta imprescindibile per produrre vini di qualità. Le uve conferite in cantina devono essere il più possibile integre per iniziare la vinificazione. Tutto il processo di trasformazione è la naturale conseguenza del lavoro svolto in vigneto. L’espressione “vino per natura” descrive proprio questo concetto e nello stesso tempo la naturale vocazione della nostra collina per la produzione di vini di territorio.

Quali sono, secondo te, le principali sfide di un approccio biodinamico? E quali le soddisfazioni maggiori?

I tempi per una reale conversione biodinamica sono considerati lunghi secondo i ritmi quotidiani, ma una volta innescati, risultano inarrestabili seguendo la cadenza delle stagioni. Una volta applicate buone pratiche agronomiche, la biodinamica ne amplifica l’effetto. La soddisfazione più grande è quella di mettere il naso nelle vasche in fermentazione e percepire che le uve veramente non vedevano l’ora di fermentare spontaneamente. Ne derivano vini di profondità inattesa e di complessità incredibile. Vini che rispecchiano anche, e ne vado fiero, una personale conversione.