La biodinamica secondo Michele Lorenzetti

Michele, biologo per formazione, si divide fra i due progetti di Terre di Giotto (in cui ha coinvolto alcuni produttori piccolissimi della zona come conferitori, seguendone personalmente il lavoro in vigna)  e Gattaia. I terreni si trovano a Dicomano (Vicchio), nel Mugello e sono coltivati seguendo i metodi della biodinamica, naturalmente.

Il suo è un approccio scientifico al tema, un approccio che va oltre la parte antroposofica e filosofica della materia, parte che lui comunque conosce e apprezza. “La biodinamica è un metodo agricolo che se correttamente applicato non può non dare risultati”, ci dice. “Se i risultati non arrivano, vuol dire che si sta sbagliando l’applicazione del metodo stesso, e ci si deve interrogare su questo”.

“La genialità di Rudolf Steiner” – continua – “sta nell’aver pensato ai preparati come a un vero e proprio processo biologico, ragionando sugli elementi da cui le componenti della pianta provengono: se pensiamo al tronco di un albero, per esempio, è piuttosto intuitivo comprendere che venga dall’anidride carbonica, dall’aria e non dalla terra e quindi è altrettanto semplice sapere come agire per il benessere di quella parte. Il preparato è un organizzatore della sostanza organica che agisce secondo relazioni numeriche. E i numeri contano, eccome. Pensate a processi biologici che vedono coinvolti milioni di microorganismi, in quantità infinitesimali rispetto al peso della sostanza stessa, comunità microbiologiche che si scambiano favori processando la sostanza. Una fermentazione alcolica di 10 quintali di uva vede in opera solo poche centinaia di grammi di lieviti, ecco il preparato biodinamico per il terreno (corno-letame) segue queste proporzioni e quindi usandone solo poche centinaia di grammi per ettaro svolge un ruolo fondamentale per l’organizzazione della sostanza organica e la formazione dell’humus”.

Alla biodinamica ci si arriva tramite un approccio differente, attraverso un cambio di mentalità e con una vera e propria formazione. Per questo Michele Lorenzetti, insieme a Carlo Noro, è promotore di un percorso educativo e di conoscenza rivolto ai vigneron e agli agricoltori che desiderino intraprendere questa strada.

Quando gli chiediamo se beve ancora vino ottenuto da uve da agricoltura convenzionale, lui ci dice che cerca di evitarlo. Non si tratta di motivi riconducibili al gusto personale, bensì considera di un vino anche l’aspetto di prevenzione della salute. Nonostante ciò, Michele riconosce che ci sono vigne così anziane e radicate che riescono ad andare oltre il limite di un suolo rovinato dall’uomo e queste possono comunque produrre uve di qualità.

“Oltre alla spiegazione scientifica e tecnica che sta dietro all’uso della biodinamica, ci sono anche riflessioni culturali e, perché no, di buon senso”, conclude. “In sintesi, non trovate che sia una cattiva abitudine gettare sul terreno delle sostanze che lo rovinino e lo deturpino? Il vino è un alimento, e come tale è sacro. Come può l’industrializzazione concepire e onorare in maniera approfondita questa sacralità? Ripartiamo dal terreno e dalla fertilità del suolo. Non avremo più bisogno di discutere di chimica e di prodotti sistemici”.