Il cavallo in vigna: un ponte tra passato e futuro

Questa intervista si è svolta in una giornata particolare, in un venerdì non qualunque. Mentre nelle città ci si apprestava a scioperare per il riscaldamento globale, con Davide Mulloni, agrotecnico, si è parlato molto anche di clima, di sostenibilità, di rispetto e di attenzione alla terra.

La conversazione è partita da un evento, il Festival del Potatore, svoltosi il 9 marzo scorso a Erbusco in Franciacorta, a cui Davide ha partecipato. Si tratta di di un’iniziativa organizzata e promossa da Simonit & Sirk, un’azienda di consulenza e formazione nell’allevamento della pianta di vite.

“Il Festival del Potatore è un’occasione per dare visibilità alle buone pratiche agricole, in primis la gestione del legno, fondamentale per evitare rischiose criticità e conseguenze dei tagli di potature invernali, lavorando nella prevenzione contro il deperimento dei vigneti. Il bello di questa giornata è la dimensione di festa che ha assunto, per cui oltre agli addetti ai lavori vi sono anche famiglie e ampio spazio viene dedicato anche ad attività collaterali legate al mondo agricolo. Ho partecipato al Festival con un occhio molto attento, perchè sempre di più lavorare in agricoltura e in vigna sta diventando complesso: bisogna saper interpretare la stagionalità, i cambiamenti climatici, e in generale aggiornarsi e apprendere dalle buone pratiche altrui”.

Parliamo ora di un tema a te molto caro e che ha di sicuro catalizzato la tua attenzione nel corso del Festival: l’utilizzo del cavallo in agricoltura…

“Io nutro da sempre una gran passione per i cavalli, tanto che assieme a dei soci gestisco un maneggio. La reintroduzione dell’utilizzo di cavalli in vigna ha ragioni particolari. Ciò che permette alla terra di dare vita è l’aria. L’aria permette alla terra di accogliere in sé microrganismi ed insetti di svariate specie e dà la possibilità all’acqua di essere assorbita con facilità, penetrando in modo uniforme. Se la terra è compatta, come il cemento, l’acqua la inonda ma non la penetra, molti insetti la abbandonano, le piante soffrono. I trattori, i cingolati, le ruspe e la maggior parte dei macchinari pesanti come per esempio la vendemmiatrice sono nemici della terra, l’aggrediscono schiacciandola e compattandola al punto che con il passare degli anni la rendono sterile. La trazione animale è una risposta concreta a questo problema. Il cavallo sul terreno non solo è leggero, anche se i cavalli da tiro sono bestie molto grandi, ma è anche una vita che attraversa un’altra vita. Tra qualche giorno alcuni cavalli da tiro arriveranno ad Aquila del Torre e cominceranno a lavorare la terra”.

Questa pratica, insomma, è sostenibile, e si rifà all’approccio biodinamico…

“Esatto, il cavallo in un’azienda biodinamica completa il ciclo della vita, è l’animale che lavora insieme con l’uomo, fianco a fianco in un rapporto di muta complicità. Non si deve pensare che sia un andare indietro nel tempo o un modo per contrastare la tecnologia moderna, anzi è l’esatto opposto: è futuristico, è un precorrere i tempi, è guardare oltre, una sorta di ponte ideale tra passato e futuro. E non si deve nemmeno pensare che questo utilizzo comporti da subito un vantaggio: con queste bestie, cavalli da tiro, bisogna avere molto pazienza, il tempo che vi si deve dedicare è sicuramente tanto, ma i frutti di tutto questo impegno si raccolgono nel medio lungo periodo. Tra dieci anni la cura della terra darà forza alle nostre piante, ma nel frattempo è necessario monitorare e anche questo è un aspetto del mio lavoro”.

Oltre ai cavalli, cos’altro ti ha incuriosito al Festival?

Sicuramente la tecnica dell’endochirurgia, ricerca e sviluppo puri. La vite, come le persone, soffre di varie patologie, tra di esse vi è un fungo, che si chiama mal dell’esca. Esso va a ostruire le arterie della pianta e in due o tre anni la pianta muore. Questa tecnica, già applicata in via sperimentale in Franciacorta, prevede di lavorare sul midollo della pianta, sulla parte malata, andando a rimuoverla. Così la pianta si può salvare”.

Insomma, da questo Festival ti sei portato a casa un sacco di “spunti” interessanti…

“Sì, ma soprattutto la conferma del mio “motto”: collaborando si vince, soprattutto in un settore complesso come quello dell’agricoltura”.

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