La Fabbrica della Biodinamica

Giuseppe Ferrua (per gli amici Beppe) ne ha vista passare di uva dentro ai tini, produttore di vino da circa 30 anni, con un passato da oste conviviale-mescitore alla Locanda Buatino, appena fuori dal centro storico di Lucca. E il destino di Beppe lo conduce nel 1994, mentre ancora in quelle vesti, sulle dolci colline a pochi km dalla città, alla Fabbrica di San Martino di proprietà della sua compagna Giovanna Tronci, un luogo che conserva il nome che aveva nel ‘700 quando ancora era di proprietà dei conti Sardi. Una tenuta molto antica e con terreni che da sempre erano stati adibiti alla coltura, con una tipologia di produzione agricola assai varia, grande varietà di piante anche antiche. Con la splendida villa (di cui ancora alcune parti sono perfettamente conservate con arredi settecenteschi e affreschi dell’epoca alle pareti) che domina le vigne, la Fabbrica non può che essere indissolubilmente legata alla storia di quel territorio, “un po’ come lo era Buatino al suo, di territorio”, ci dice Ferrua.

Nel 2002 quella di vignaiolo diventa la sua attività principale, un vignaiolo autodidatta che ha imparato sul campo ascoltando, guardando e seguendo i consigli del vecchio contadino, “un bio inconsapevole”, grazie alla cui conduzione agricola illuminata è possibile già nel 1995 certificare come biologica l’intera azienda. Tutto alla Fabbrica parlava di un vino estremamente locale, che corrispondeva in assoluto alle caratteristiche del territorio delle colline lucchesi. La direzione era tracciata.
Nel 1999 il contadino va meritatamente in pensione e Ferrua inizia a riflettere sul biologico, che gli lascia alcuni dubbi, sembrandogli poco più di un “modo convenzionale alternativo il cui concetto era di curare e nutrire come polli le piante ma con sostanze organiche”. Scopre allora la biodinamica e si appassiona al concetto di fertilità e a una visione completamente diversa del terreno. La fertilità non è, come nel biologico e nel convezionale, una situazione che si ottiene aggiungendo e somministrando ma una condizione naturale da riscoprire nel terreno, che ha già in sé la vita. Inizia quindi a studiare su libri tedeschi presi in prestito alla biblioteca universitaria a Pisa, quando ancora in quegli anni la Biodinamica era materia di studi filosofici e poco più. Altra svolta all’inizio degli anni 2000 la calata di Alex Podolinsky a Lucca, che “insegnò a tutti i presenti, provenienti da mezza Italia, l’A B C. Disse che la biodinamica funzionava se e solo se si rispettavano alcune regole: la distribuzione dei preparati di una certa qualità e se questi venivano dinamizzati e spruzzati in maniera corretta e differente fra loro; prospettò in sostanza un metodo pratico per ottenere risultati concreti, una sistematizzazione della tanta teoria”.
E così la Fabbrica di San Martino è diventata la fabbrica della biodinamica, con le vigne che hanno risposto subito bene e che oggi producono vini apprezzati in Italia ma anche in giro per il mondo.

Se chiedi a Giuseppe Ferrua se si è mai pentito, almeno in un’occasione, di aver scelto la biodinamica, ti guarda quasi con stupore e sorride, scuotendo la testa. “Non è solo la biodinamica in senso stretto (che son poi in fin dei conti buone pratiche agricole), ma tutto quello che comporta, l’idea di vita del terreno e della presenza di humus, quel rigenerarsi della natura che è incredibile eppure sotto gli occhi di tutti. La biodinamica si può fare ovunque, dato che è innanzitutto una questione di rispetto per la vitalità naturale del terreno”.

Se poi gli chiedi per quale motivo consiglierebbe a un giovane agricoltore o vignaiolo di utilizzarla, non ha il minimo dubbio: “Oggi si sta riscoprendo una forte sensibilità riguardo a ciò che è sostenibile e si ha in parallelo un ritorno alla terra. La biodinamica consente di coltivare con quel rispetto necessario, con quell’impatto giusto che non può che essere il futuro dell’agricoltura. Inoltre il prodotto che se ne ottiene è qualitativamente superiore, ha dei numeri in più. E poi, perché no, la biodinamica conviene anche economicamente, per il grosso risparmio sull’acquisto di prodotti, siano rame e zolfo o concimi del convenzionale. E allora… devo ancora dire altro per convincervi?”. Sorriso.