Alois Lageder: un’azienda che si fonda sugli antichi saperi di una nonna

Parto dalla fine, dalla piacevole sensazione che mi ha lasciato la chiacchierata telefonica con Alois Clemens Lageder. In poco più di 15 minuti è riuscito a trasmettermi la fiducia in un futuro migliore, grazie a una filosofia di vita che ripensa al ruolo dell’essere umano all’interno dell’universo.

Non più l’uomo che domina, che sovrasta, che calpesta, che spreca, ma l’uomo che si serve amorevolmente di ciò che la natura gli regala, dandole in cambio cura e rispetto.

Belle parole, molti potrebbero pensare, ma tra il dire e il fare… Ecco, tra il dire e il fare ci sono anni di studio, di lavoro, di errori, di nuovi tentativi, prima di arrivare a ciò che oggi è l’azienda Alois Lageder, giunta all’approccio biodinamico grazie agli antichi saperi di una donna, nonna di Alois, sul suolo, le persone che lo lavorano, l’andamento climatico e i corpi celesti.

“Mia nonna lavorava la vigna con metodi antichi, grazie alla sua conoscenza della luna e del suo ciclo, dei corpi celesti, e in generale dei ritmi della natura. Un’insieme di saperi che oggi potrebbero essere considerati esoterici, ma che hanno una grandissima influenza su processi come la fotosintesi e su tutto ciò che la terra ci offre. Certo all’epoca mia nonna non doveva occuparsi di 50 ettari di terra ma di poco più che del giardino di casa. Applicare la biodinamica su spazi molto più grandi è tutt’altra cosa”.

Una vera e propria sfida che dalla nonna passa al padre di Alois che dal 1974 entra in azienda e comincia un percorso in salita che ha portato l’azienda ad essere come tutti noi la conosciamo oggi.

“Negli anni ’70 i tempi non erano ancora maturi e in Alto Adige le necessità quotidiane erano altre, non vi era conoscenza, né consapevolezza. La biodinamica non riguarda solo una persona, ma tutti gli operatori che gravitano attorno alla terra. Soprattutto, la biodinamica non è un insieme di passaggi od operazioni da seguire, ma è una filosofia di vita, che va sposata integralmente. Per questo motivo i primi veri esperimenti possono essere collocati negli anni ’90, ma gli esiti sono stati spesso fallimentari. E’ abbastanza normale quando si mescola l’approccio convenzionale con quello biodinamico. Il passaggio vero e proprio risale al 2003/2004, momento in cui l’azienda nel suo complesso si è votata alla biodinamica”.

Una strada lunga, dunque, in salita e ricca di ostacoli, ma questo non vi ha scoraggiato. A parte i membri della tua famiglia, chi consideri un maestro, un motivatore, chi ti ha dato gli stimoli necessari ad arrivare fino a qui?

“Penso a un maestro, a un docente della scuola enologica di Geisenheim: l’enologo Georg Meissner che ha condotto diverse ricerche tra il convenzionale, il biologico e il biodinamico”.

Fino adesso abbiamo parlato del percorso fatto, ma come vedi quello che vi attende? Qual è il futuro della viticoltura?

“Il futuro della buona viticoltura (tiene a sottolinearlo) si gioca a 360 gradi. Il nostro compito non è solo produrre un buon vino ma rispettare il terreno, pensando a chi verrà dopo di noi. La parola chiave è la sostenibilità, il valore della fertilità, che può essere garantita dalla biodiversità. Questo ovviamente non vale solo per la viticoltura, ma per l’intera agricoltura, di cui la prima è solo una parte. Noi stessi ci occupiamo di vino, ma anche di ristorazione, di verdura, di carne e il nostro approccio è sempre votato al rispetto dei cicli della natura”.

Manca poco a Summa 2019: com’è nata l’idea di questo evento?

“E’ nata 20 anni fa grazie al fascino che l’evento Vinexpo, che si tiene a Bordeaux, ha esercitato su mio padre, e alla sua logica vincente di affiancare eventi nelle aziende ad un grande evento principale. Perché questo vuole essere Summa, un evento che va ad arricchire l’offerta di Vinitaly. E’ partito mettendo assieme una manciata di viticoltori, oggi siamo più di 100, una bella soddisfazione”.

(Emerge come, anche per per l’organizzazione di un evento dedicato al vino, la filosofia sia la stessa: diversità, arricchimento, complementarietà, desiderio di mettersi in gioco e offrire sempre qualcosa di migliore ndr).

Pensando alla tua vita professionale, c’è un momento particolare il cui ricordo ancora oggi ti accompagna?

“In realtà non si tratta di un momento unico, ma di un episodio ricorrente. Ogni settembre, alla fine della vendemmia, grazie alla collaborazione con un caseificio, dalla montagna giungono nei nostri vigneti mandrie di vacche e ci restano poi fino ad aprile. Ecco, questo è un momento che mi regala sempre bellissime emozioni, constatare come questi animali, simboli di fertilità, assieme alla vigna creino un microcosmo perfetto. Di fronte a questi animali, inoltre, mi sento tornare bambino, perché ogni volta provo quasi un timore reverenziale di fronte ad essi. Del resto sono bestie, e non si sa mai come comportarsi”.

E’ lo stupore quello di cui ci parla Alois Clemens Lageder, una dimensione tipica dell’infanzia che tutti noi purtroppo abbiamo perso e che solo il contatto con la natura può restituirci.

Un’ultima domanda, prima di lasciarti. Se dovessi scegliere una citazione che senti tua, che descriva alla perfezione il tuo percorso di vita e professionale, a quale penseresti?

“Ce n’è una a cui sono molto affezionato e che ritengo mi descriva alla perfezione ed è di Samuel Beckett:

Ever tried. Ever failed. No matter. Try Again. Fail again. Fail better

perché la storia dell’uomo è fatta di errori, ma solo chi si è saputo rialzare e ha saputo andare avanti ha fatto la vera differenza”.

Il cerchio è una forma che ci rimanda alla madre terra e io chiudo in modo circolare, ritornando al punto di partenza. Non c’è futuro senza un pianeta sano e senza la visione di chi ogni giorno, grato della meraviglia della natura, la rispetta e se ne prende cura.